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La dittatura dei bambini

. Qualcuno ricorderà l’episodio delle isole nel film “Caro diario” di Nanni Moretti. Nella sua peregrinazione esistenziale attraverso l’arcipelago delle Eolie, il regista s’imbatte nell’isola governata dai bambini: genitori post sessantottini incapaci di qualsiasi forma d’autorità tenuti in ostaggio da bambini bellissimi, intelligentissimi e crudelissimi. Impossibile telefonare, perché anche i mezzi di comunicazione sono presidiati: chiunque abbia l’ardire di chiamare è costretto a rimanere incollato alla cornetta del telefono per imitare, sino allo sfinimento, molteplici versi di animali domestici e selvaggi, senza peraltro aver la possibilità di interloquire con il destinatario della telefonata.
Metafora divertente delle storture educative del nostro tempo, l’episodio morettiano si può facilmente rintracciare nella vita di tutti giorni e, nel nostro caso, sulle spiagge del Golfo dei Poeti. Doverosa precisazione: credo non ci sia niente di più bello che osservare bambini festanti giocare, rincorrersi, nuotare, felici ed inconsapevoli di tutto, come se in quei momenti la loro purezza annullasse ogni dolore del mondo. E’ uno spettacolo intriso di una speranza straordinaria, che per qualche attimo ti riconcilia con l’esistenza.
Specialmente se i bambini in oggetto sono distanti diverse decine di metri da te e dal tuo piccolo territorio conquistato a fatica, il tuo fortino costruito pazientemente con asciugamano, zainetto, giornali e ciabatte infradito disposti ad arte, come a segnare un confine formalmente invalicabile. E’ già difficile difenderlo dagli adulti cafoni. Impossibile dai bambini.

Come contrastare, infatti, uno sciame di piccoli e simpatici delinquenti che si inseguono urlanti, travolgono la tua postazione calpestando ogni cosa e ti gettano addosso manciate di sabbia?
Come difendersi dal volume parossistico delle voci di un gruppo di cuccioli che giocano a pallavolo? Dalle loro schiacciate terribili, pallonate dure come il marmo che ti colpiscono sul deretano?
Come resistere allo struggimento provocato dalle urla di disperazione dei poppanti, o da quelle da bizza continua di bambini di quattro anni cresciuti a pane, Winx e Gormiti?

Nota dell’autore: per chi non lo sa, le Winx sono una specie di fatine/veline che stanno tutto il giorno a ciarlare tra di loro di moda e cellulari, praticamente svestite (io lo so perché ho una meravigliosa nipote di cinque anni che ne va pazza); i Gormiti invece sono dei mostri/guerrieri spaziali talmente orrendi che sicuramente chi li ha inventati è un ex serial killer psicopatico.

Inoltre, il numero di bambini è aumentato a vista d’occhio in questi ultimi anni. Benissimo, stiamo uscendo da una congiuntura negativa di crescita zero e siamo tutti contenti, figuriamoci se vogliamo lasciare il nostro futuro nelle mani di una classe dirigente di vecchietti rintronati.
Però, questo presuppone che i gruppi di bambini, aumentando di numero ed essendo completamente incontrollati, come vedremo in seguito, si trasformano in vere e proprie orde barbariche distruttive (e non si sta parlando di baby gang, che sono altra cosa!).
La colpa non è certo la loro, povere creature innocenti, ma dei genitori e dei Media.
Perché ormai è senso comune che, in ogni luogo pubblico e quindi per definizione frequentato da persone d’ogni età, ai bambini è permesso tutto.
Comandano loro, decidono il bello ed il cattivo tempo e basta!
Altrimenti, rischiano di subire i traumi della crescita e non riescono a sviluppare completamente la propria personalità. In pratica, sembra che per diventare adulti consapevoli e sicuri di sé debbano passare l’infanzia a frantumare a maroni ad ogni essere umano che gli capita a tiro. Evviva gli psicologi infantili comportamentali!

Così è anche in spiaggia. Non c’è verso che un genitore faccia capire, anche gentilmente, al proprio pargolo che non sta bene buttare la sabbia negli occhi o tirare una pallonata in testa al vicino d’ombrellone.
Ed il vicino d’ombrellone, vessato per tutta la giornata, non può azzardarsi a protestare, pena il linciaggio su pubblico bagno, con crocifissione finale ai tubi roventi delle docce.

Mi ricordo un episodio successo proprio l’anno scorso, in un bagno fighetto in Versilia (ma frequentato da spezzini bene) in cui io e mia moglie eravamo stati invitati da amici piuttosto facoltosi.
Accanto a noi, ma a debita distanza, perché più il bagno è chic più la gente ti deve stare lontano, c’era una famigliola piuttosto numerosa. Tre bambini, un maschio e due femmine. Credo che la più grande potesse avere sei anni, quello di mezzo quattro e la piccolina un paio. Assolutamente deliziosi, era un incanto osservarli. Invece che di un normale ombrellone, erano dotati di un candido gazebo rettangolare, occupato per metà da una pila di giochi talmente alta che se fosse crollata a causa di un movimento sismico improvvisa, avrebbe seppellito una delle creature senza rimedio.
I genitori erano evidentemente provati dalla giornata al mare: gli occhi iniettati di sangue, le mascelle contratte ed i gesti nevrotici e scattanti erano chiaramente visibili anche a quella distanza. I bambini erano in continuo movimento, cioè non stavano mai fermi, ma nessuno della famiglia emetteva suoni udibili da orecchio umano. Non un lamento, un frignio, un’imprecazione. Niente.

Sembrava che tutta la scena si stesse svolgendo dall’interno di un acquario immaginario. Ad un certo punto, il padre si diresse verso il bagnasciuga e si tuffò in mare. Una breve nuotata e tornò verso il gazebo. Tutto in pochi minuti. Io lo seguii con gli occhi: chissà perché, ma avevo come un presentimento che stesse per succedere qualcosa di interessante. Come in un film western di Sergio Leone, in cui la sparatoria è sempre preceduta da un’atmosfera sospesa in cui ogni movimento è assente, a parte gli occhi dei protagonisti.
Quando l’uomo mise un piede sotto i gazebo, improvvisamente s’irrigidì e rimase assolutamente immobile, come una statua di cera.
Una frazione di secondo dopo, il suo corpo fu scosso da fremiti scomposti, come se avesse le convulsioni, e la sua bocca esplose una bestemmia ad un volume talmente terrificante che, secondo me, non solo fu avvertita da tutti gli ospiti di quel bagno, ma da tutta la Versilia.
L’uomo si chinò, raccolse un oggetto scuro e lo scagliò con tutta la forza e la rabbia di cui disponeva oltre la recinzione che delimitava il bagno, probabilmente sino nel parcheggio o addirittura in pineta. Poi, si accasciò su una sdraio con un tonfo sordo e rimase lì, sfinito ed immobile. Sembrava che fosse morto. Anche perché sua moglie, in ginocchio accanto a lui, piangeva con discrezione, mentre i tre bambini, inebetiti ed in silenzio assoluto, fissavano un punto indefinito dietro le loro costruzioni di sabbia appena completate.
Nessuno dei presenti fiatò, e, dopo qualche istante d’imbarazzo palese fluttuante nell’aria, la vita del bagno tornò alla normalità.

Io, che sono curioso come una scimmia, mi allontanai con una scusa ed uscii dal bagno. Perlustrai il parcheggio a lungo, insinuandomi furtivo tra quei macchinoni, nemmeno volessi rubarne uno. Quando ormai avevo perso ogni speranza, finalmente lo vidi.
Era perfettamente in piedi, accanto al pneumatico di una mercedes.
Un enorme, orrendo Gormito.
Alto almeno venti centimetri, con corna lucide sulle tre teste, ognuna di loro con un’espressione mista tra il “che cazzo vuoi” ed il “ti ammazzo, bastardo!”, squame multiformi e lisergiche, piedi palmati ed artigliati, coda da dinosauro.
Soprattutto, dotato di una lunghissima e robusta lancia laser. Con la punta davvero acuminata, come potei costatare raccogliendo tutto il mio coraggio per vincere il disgusto ed arrivare a sfiorarla con i polpastrelli. E macchiata di sangue, senza dubbio. Doveva essersi infilata nella pianta del piede dell’uomo per qualche centimetro, e senza sforzo alcuno.
Raccolsi quel mostro da terra e, cercando di non farmi notare, lo posizionai in bella vista sul muretto proprio accanto al cancello d’ingresso.
Da quella posizione, dominava tutta la strada ed il mondo intero. Così, come se fosse il custode di quel pezzo di terra e di mare e delle nostre vite.

P.S Il Cielo sopra La Spezia ed il suo autore da domani sono in vacanza per due settimane, ci vediamo a settembre.

"Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e...

cerca di amare le domande, che sono simili a

stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.

Non cercare ora le risposte che non possono esserti date

poiché non saresti capace di convivere con esse.

E il punto è vivere ogni cosa. Vivi le domande ora.

Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano

giorno in cui avrai la risposta."

Rainer Maria Rilke, al quale Wenders si ispirò per il Cielo sopra Berlino

16/08/2009 10:00:00
Marco Ursano

















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