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Il Cielo sopra Istanbul. La città dei poeti sotto l’alluvione

. “Arrivederci fratello mare/mi porto un pò della tua ghiaia/un po’ del tuo sale azzurro/un po’ della tua infinità/ e un pochino della tua luce/ e della tua infelicità.”
Così scriveva Nazim Hikmet nel 1951, mentre lasciava la sua città, Istanbul, in direzione di Varna, nel Mar Nero, per un esilio che lo avrebbe visto peregrinare in molte parti del mondo e per molti anni. Hikmet, il più grande poeta turco del novecento, fuggiva da un regime dittatoriale, violento e corrotto che lui aveva avuto il coraggio di denunciare e che per questo lo aveva perseguitato, imprigionato e torturato. Nazim Hikmet morì a Mosca nel 1963, per l’ennesima crisi cardiaca che lo colse in un vialetto pieno di neve dietro la porta di casa e che gli spaccò definitivamente il cuore. Il grande poeta avrebbe voluto terminare i suoi giorni nella sua amata Istanbul, nella “bianca città dei miei giorni più belli”, che invece non rivide mai più.

Istanbul è una città che cattura il cuore. Non solo di chi è nato all’ombra dei minareti di una delle sue innumerevoli moschee, ma anche del viaggiatore che possieda gli occhi giusti per guardarla e comprenderla. E non è solo a causa della sua straordinaria bellezza, che può competere con Roma e Parigi, un museo vivente ed a cielo aperto che regala perle come il Topkapi, Hagia Sophia e la Moschea Blu. Anche per la sua cosmopolita umanità. Un brulicare di ristoranti, alberghi, vie in cui le auto, i taxi ed i motorini fanno a botte tra loro in un tripudio costante di clacson; mercati, palazzi sontuosi e case popolari, dervisci rotanti, gruppi rock e dj set; locali più trend che a New York, alberghi ad ore per notti equivoche, raffinate botteghe di libri e mobili antichi e lucidissimi “concept shop”; la violenta rivalità tra gli ultras del Galatasaray, della sponda occidentale e moderna di Galata, e quelli del Fenerbahçe, la parte asiatica al di là del Bosforo, pari a quella tra gli “integralisti” religiosi ed i supporters dello stato laico che guarda all’Europa.

Un mondo di confine tra occidente ed oriente. Tra il Mar di Marmara, propaggine strozzata del Mediterraneo, ed il Mar Nero, che si affaccia sulle rive del Bosforo e del Corno D'Oro spazzate costantemente da venti anatolici e che ha visto scorrere e stratificarsi la Storia attraverso battaglie e conquiste, commerci e scambi, fiorire di religioni, arti, lettere e scienze e flussi continui di migrazioni e di popoli. L’antica Costantinopoli, cristiana d’oriente e fondatrice del diritto romano e la Istanbul islamica della pre/modernità capitalista, capitale dell’Impero Ottomano sino ai primi anni del secolo scorso.

Città che ha dato i natali ad un altro genio della letteratura mondiale, quell’Orhan Pamuk autore di romanzi memorabili che gli hanno consentito di vincere il Premio Nobel e di essere minacciato di morte dai terroristi islamici, tanto da lasciare la Turchia. Pamuk ha scritto proprio un libro dal titolo Istanbul, in cui racconta con infinito amore l’intreccio della città della sua vita con la storia della sua vita, alla perenne ricerca di un identità perduta che ritrovi, al contempo, solide radici nella storia ed uno sguardo laico ed intriso di senso di fraternità sul mondo e sull’uomo. Il tema principale atraverso il quale si dipana il racconto è quello del confine, della linea divisoria tra due mondi, che a seconda di chi la guarda e di come la si consideri, può risultare più netta o più labile. Una città che diviene luogo universale, “anima mundi”.

Una megalopoli di 12 milioni di abitanti ufficiali (ma si dice che arrivi almeno a 20), l’area metropolitana più popolosa d’Europa dopo Mosca. E, come tutte le metropoli del mondo, culla di tutte contraddizioni sociali e economiche. Te ne puoi rendere conto percorrendo la strada che porta dall’aeroporto al centro, passando per il maestoso ponte sul Bosforo che collega la parte europea ed asiatica. Un tragitto breve, ma che si compie in quasi due ore, quando va bene, per l’incredibile traffico che costringe ad avanzare, in autostrada, a passo d’uomo. Un gigantesco ammasso di costruzioni a perdita d’occhio da ambo i lati della carreggiata, favelas di cemento senza soluzione di continuità, immagine e sostanza stridenti con le bellissime ville sulle rive del Bosforo, teoria di lusso e design, con tanto di motoscafi ormeggiati nei porticcioli privati, sino al Mar Nero.

In questi giorni, un diluvio sta sommergendo Istanbul e, purtroppo, si contano decine di morti. Non nei quartieri del centro come Sultanahmet o Beyoglu o Galata, pieni di alberghi, locali e ristoranti per turisti, e nemmeno nelle cittadelle del glamour più internazionale come il triangolo della moda di Nisantasi, Tessvikine e Macka.

Nei quartieri senza nome, strade, servizi delle infinite periferie suburbane lungo l’autostrada. I luoghi dove sopravvivono gli ultimi, i disperati, uomini e donne senza volto e storia, ai margini di una società dinamica ed avanzata che sgomita per l’ingresso nell’Unione Europea. E’ sempre così, le catastrofi naturali si accaniscono sempre verso i luoghi più miseri ed i loro abitanti. L’uragano Katrina non devastò principalmente le bidonvilles delle comunità afro americane più povere? Ma non è una conseguenza “naturale”. Solamente sociale, frutto di precise scelte di governo. La furia della natura è sempre più devastante laddove l’ingiustizia e la sopraffazione dei forti sui deboli hanno costruito luoghi che sono immensi monumenti al degrado.
Così oggi è ad Istanbul. Come a New Orleans, a Nairobi, a Delhi. A Mosca.

“Non è ancora finito/il banchetto della miseria/ ma finirà…” Così scriveva Nazim Hikmet nel 1948, nella sua cella del carcere di Munevar, in Anatolia, pensando a sua moglie ed al suo amato figlio Memhet, per il quale scrisse una delle poesie più belle mai concepite da poeta. Chissà cosa scriverebbe ora, Nazim, di fronte a quest’altra offesa alla sua città ed al suo popolo.



13/09/2009 10:30:00
Marco Ursano

















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